49 CONSIGLIO IPERTROFIA PROSTATICA

Terapie per l’ipertrofia prostatica

Non è una condizione grave, ma se non trattata inevitabilmente progredisce e, con il tempo, può dare complicazioni. Ecco quali sono le terapie a disposizione.

L’ipetrofia prostatica, detta anche adenoma prostatico, è una evoluzione benigna della ghiandola che nulla ha a che vedere con il tumore della prostata.

È un disturbo molto comune, dato che si presenta nell’80 per cento degli uomini oltre la cinquantina, e con l’andare del tempo la probabilità di incorrervi aumenta.

Anche se non pericolosa di per sé, l’ipertrofia prostatica benigna (IPB) tende però a peggiorare nel tempo per cui, una volta diagnosticata, si deve tenere sotto controllo.

Vigile attesa

Non è detto che l’IPB sia sempre legata alla comparsa di sintomi: in alcuni casi sebbene le dimensioni della prostata siano aumentate parecchio si evidenziano soltanto disturbi lievi.

E se il rischio di progressione è basso, le principali linee guida nazionali e internazionali consigliano un atteggiamento attento, di vigile attesa, iniziando una eventuale terapia soltanto nel caso in cui i disturbi si facessero più evidenti.

Qualora si renda necessario, secondo il parere del medico, potranno essere prescritti farmaci oppure la terapia chirurgica.

Alfa-bloccanti

Sono i farmaci di prima scelta; fanno parte di questa categoria alfuzosina, doxazosina, terazosina e tamsulosin. Agiscono rilassando muscoli nel collo della vescica favorendo così il flusso urinario e migliorando i sintomi da ostruzione.

La loro azione è rapida, ma si mantiene soltanto per il periodo di assunzione del farmaco: cessata la terapia, l’effetto si annulla.

Inibitori della 5alfa-reduttasi

Sono farmaci ad azione antiandrogena (dutasteride e finasteride) che hanno dimostrato di poter ridurre le dimensioni della prostata, diminuendo così la pressione esercitata sull’uretra e l’ostruzione.

I farmaci antiandrogeni sono preferiti soprattutto in caso di prostata particolarmente ingrossata.

Hanno un’azione terapeutica più lenta e lo svantaggio di indurre spesso abbassamento della libido e problemi erettili, una riduzione del numero di spermatozoi nell’eiaculazione e ginecomastia.

Questi farmaci sono anche usati in associazione con gli alfa-bloccanti così da sommare le loro attività che risultano complementari.

Un aiuto anche dalla natura

Esistono alcune sostanze fitoterapiche che si sono mostrate efficaci nel controllo dei sintomi dell’IPB, quali la Serenoa Repens e il Pygeum Africanum.

La prima contrasta l’ingrossamento e l’infiammazione della ghiandola grazie alla sua azione antiandrogenica, mentre il Pygeum ha effetto antinfiammatorio, efficace nelle forme iniziali associate a prostatite.

Anche l’ortica può essere impiegata sfruttando la sua azione antiandrogenica (più blanda rispetto a quella della Serenoa) e quella inibitoria dei fattori di crescita.

Terapia chirurgica

In alcuni casi, specie se i disturbi non migliorano sufficientemente dopo terapia farmacologica, può essere necessario il trattamento chirurgico.

Opzione che, talora, può essere scelta anche in prima istanza, a seconda delle esigenze: l’intervento si è dimostrato efficace nel lungo periodo e, in genere, non modifica la capacità erettile.

Tra le tecniche più utilizzate ci sono la resezione transuretrale e la resezione endoscopica (Turp).

Contrastare la disfunzione erettile

Recentemente è stato valutato anche il possibile ruolo nel trattamento dell’IPB degli inibitori della fosfodiesterasi di tipo 5 (PDE5), farmaci usati contro la disfunzione erettile.

Tali sostanze possono aiutare a controllare i sintomi dell’ipertrofia risolvendo nel contempo le disfunzioni sessuali, quando i due disturbi sono concomitanti.

Susanna Trave

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